Edge vuol dire al bordo della rete, cioè a bordo dell’apparato. Le due espressioni dicono la stessa cosa da due punti di vista. «Al bordo della rete» guarda l’architettura: il calcolo si fa all’estremità, dove il dato nasce, invece che al centro. «A bordo» guarda la macchina: il calcolo avviene dentro l’apparecchio che sta già registrando. Un impianto può mandare tutti i flussi video a un servizio remoto e farli analizzare là, oppure fare il conto sul posto. Nel secondo caso il video non esce dall’impianto: esce il risultato, cioè un evento, una targa, un conteggio.
Un processore edge è un circuito che fa un solo tipo di calcolo, molto in fretta e consumando poco. Le reti neurali che riconoscono una persona o leggono una targa fanno sempre le stesse operazioni, milioni di volte al secondo. Un processore normale le sa fare, ma le fa poche alla volta e scalda; un acceleratore le fa a blocchi, perché è costruito apposta. La differenza pratica è che il processore resta libero di fare il suo lavoro, registrare, invece di dividersi fra registrazione e analisi.
Il paragone con l’impianto elettrico. È la stessa logica del rifasamento: non si aumenta la potenza impegnata, si mette un componente dedicato che toglie lavoro inutile alla linea. Qui l’acceleratore toglie lavoro al processore, e il risultato è che la macchina regge più canali in analisi senza salire di taglia.
Perché è una predisposizione e non una dotazione. L’acceleratore serve solo se l’impianto deve riconoscere qualcosa. Su un impianto che registra e basta sarebbe un costo senza ritorno. Il posto però deve esserci fin dall’inizio, perché aggiungerlo dopo su una macchina che non lo prevede vuol dire cambiare macchina.